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Home Angolo del Presidente LAUREATI IN SCIENZE MOTORIE. Tra sbocco professionale, lavoro nero e risorsa educativa.

LAUREATI IN SCIENZE MOTORIE. Tra sbocco professionale, lavoro nero e risorsa educativa.



Convegno

LAUREATI IN SCIENZE MOTORIE.
Tra sbocco professionale, lavoro nero e risorsa educativa.

Centro Congressi CEI - 20 settembre 2012



 

Intervento di Marco Galdiolo (Presidente Nazionale UsAcli)





Saluto e ringrazio tutti i partecipanti e ringrazio Don Mario Lusek e la CEI per l'invito che mi permette di cogliere un'occasione che ritengo di assoluta rilevanza: per il tema e per quanto esso abbia importanza nella situazione storica che stiamo vivendo.


Mi permetto, prima di entrare nel vivo dell'argomento che mi è stato assegnato, di fare alcune considerazioni in premessa che riterrei pertinenti e soprattutto punti di riferimento indispensabili per quanto andrò a dire in seguito. Tutto ciò che verrà dopo, quindi, manterrà queste premesse come sottintese ma essenziali.


Tra queste innanzitutto il fatto che chi mi ha preceduto ha, senz'altro più competentemente e brillantemente di me, affrontato o introdotto temi, suggestioni, indicazioni e orientamenti che, condividendoli a pieno, mi permetteranno di non riprenderli ma soprattutto di essere più breve.   Tra questi ne ricordo uno che considero essenziale: è proprio vero che questi incontri acquisiscono un senso  se riusciamo a dare ad essi continuità sapendoci mettere in gioco tutti insieme in una sfida comune. E' sostanzialmente il tema delle strategie delle alleanze che ha appena affrontato il Presidente Nazionale del CSI e che è il tema chiave di tutto ciò che andrò a dire. Ha ragione Achini quando dice:
"tutto ciò che ci diciamo, in questo contesto o in altri contesti simili e che ci prefiguriamo, come auspici, sembrano essere cose, sostanzialmente, semplici. Ma sembra che il nostro gioco non riesca mai a superare la metà campo". A me piacerebbe proprio capire cos'è che ci determina la difficoltà del superare la metà campo. Ci sono dall'altra parte del campo difese così arcigne e particolarmente insuperabili ? Non lo so, ma oggi voglio tentare insieme a voi di capirne qualcosa per trovare la strategia adatta per varcare la linea di centrocampo. E parto da una semplificazione che però non vuole essere una banalità.


Parto proprio da quel mondo sportivo che mi piace unificare in un solo contesto: che comprende lo sport di vertice, lo sport di base, quello federale, quello delle discipline associate e quello delle associazioni di promozione sportiva, il Coni, l'università, le istituzioni (ad ogni livello) che si occupano di amministrare lo sport, la scuola, gli uffici come questo della CEI che si occupano dei valori educativi dello sport, le tantissime Agenzie formative ed educative, i mass-media sportivi, le Associazioni sportive non riconosciute dal Coni e le Associazioni che occupandosi di tempo libero comunque rivolgono spesso lo sguardo allo sport. Bene, questo meraviglioso e magico mondo dello sport a mio avviso (ma credetemi non sono l'unico a pensarla in questo modo), accanto alla straordinaria bellezza del proprio impegno e dei propri risultati, paga però una storica difficoltà: quella dell'autoreferenzialità. Una specie di "chiusura in se" che a volte ha svolto un ruolo protettivo, certe volte addirittura decisivo, ma che nel tempo ha costruito una cultura forse troppo ingessata, una nicchia all'interno della quale tutti hanno cercato riparo e, al tempo stesso, la propria realizzazione. Una cultura che ha permeato tutti i soggetti di questo mondo (nessuno escluso tanto meno gli Enti di Promozione Sportiva) che faticano, tutt'oggi, a comunicare tra di se e, quando ci tentano, lo fanno poco e purtroppo, spesso, lo fanno male. Così diventa ancor più complicata, macchinosa e contorta la comunicazione verso l'esterno: con gli altri mondi. Si fatica ad accogliere stimoli e idee che arrivano dall’esterno, si fatica a confrontarsi con altri interlocutori mantenendo un profilo di ascolto, ricerca e verifica. E così le risposte rischiano di rimanere appese, parzialmente insolute. 


Da qui un'altra premessa, in un certo modo collegata appunto alla precedente.

Chi vi parla è un diplomato Isef (capirete subito guardandomi che sto parlando di un diploma dell'epoca preistorica), ma come tutti gli iseffini, ho affrontato anch'io la fase della ricerca di un posto di lavoro nell'ambito dello sport e dell'educazione fisica coerente al titolo di studio. Io, poi, ho avuto "la fortuna" che un professore durante la prima ora, della prima lezione, del primo anno di Isef, ci venne a dire: "Bene, bene, guardatemi bene, e sappiate che, per nessuno di voi, nei prossimi vent’anni, ci sarà una minima possibilità occupazionale, nella scuola e tanto meno nello sport !". Pensate quindi quanto mi sono portato dietro in termini di passione e motivazione nei tre anni curricolari. Poi la mia storia mi ha immeritatamente permesso di trovarmi dall'altra parte della barricata, dalla parte cioè di chi si trovava nella condizione di poter selezionare chi cercava lavoro in ambito sportivo. Ed è proprio in questo ruolo che ho vissuto la sofferenza o, forse, la contraddizione interiore più intensa. Perché più di una volta ho potuto riconoscere maggiori competenze, abilità, passioni, motivazioni, impulsi educativi e formativi e predisposizioni al migliorarsi ed al confrontarsi, a coloro che non avevano fatto l'Isef o scienze motorie.


Io vengo da una provincia, Padova, che ha fatto della valorizzazione (anche occupazionale) dei diplomati/diplomandi Isef e poi laureati/laureandi in Scienze motorie, un netto e proprio orientamento progettuale, considerandoli un enorme potenziale in termini di risorse umane e professionali. Ma tutto ciò è stato anche motivo di alcuni confronti estenuanti (e pesanti) con i miei colleghi dirigenti, proprio perché non sapevo più, a un certo punto, fin quanto lo slancio educativo che si manifestava molto più forte, in figure non istituzionalmente preparate, dovesse essere penalizzato di fronte, a chi, invece, aveva un curriculum didattico e universitario. Guardate, abbiamo sempre continuato la strada della scelta del diplomando/diplomato o del laureando/laureato, ma non sempre, come ormai avete capito, è stata una scelta semplice. Tutt'ora nutro qualche dubbio, perché anche in termini di capacità all'adattamento ai contesti, mi rimangono forti perplessità. Ed ecco perché collegavo questo punto al precedente: perché ho l'impressione che la cultura ingessata a cui facevo riferimento prima, si respiri anche nell'ambiente universitario (una volta para-universitario).

Tutto ciò mi aiuta invece a fare alcune considerazioni di carattere generale.


Innanzitutto, come molti dei presenti sanno, quando nelle ACLI si parla di lavoro tutto diventa più serio. Figurarsi poi se i ragionamenti vengono fatti per mettere a fuoco un intervento in contesto CEI. Nel senso che tutti si interessano alla materia ed è giusto così, perché è la nostra missione, la nostra vision e il nostro profilo associativo. Così, quando ho avuto modo di confrontarmi con i responsabili e gli esperti aclisti per inquadrare il mio intervento, ho trovato la massima attenzione e disponibilità. Ma quando si comincia a ragionare in profondità di lavoro nello sport, non so perché, ma ne escono tutti con un gran mal di testa e non riescono, nemmeno loro, a capire fino in fondo il nostro mondo (e nelle acli, credetemi, di esperti della materia ce ne sono eccome !).


Eppure è vero quando Achini sostiene che: “saremmo un serbatoio occupazionale incredibile!”.

E io mi sono anche chiesto: "Può oggi in Italia un ragazzo o una ragazza accarezzare il sogno di vivere con, per e nello sport, inteso universalmente, come ho detto prima, in tutte le sue sfaccettature?".

Attualmente ho forti i dubbi che la risposta possa essere "Sì".


Noi abbiamo una grande responsabilità, una responsabilità che deve determinare processi di responsabilizzazione e corresponsabilità, ma che deve aiutare chi vuole crearsi la speranza  di entrare nel mondo dello sport come professione, di avvertire forte la differenza tra precarietà e flessibilità ovviamente sostenibile.  Una responsabilità che ci interroga dapprima come Associazione di ispirazione cristiana, ma che deve diventare un valore aggiunto, un impegno decisivo, che in atteggiamento di assoluto confronto, ci permetta di individuare politiche del lavoro che diano un senso di stabilità. Perché mai come oggi, chi vorrebbe vivere di sport o nello sport, non intravede tracce di futuro, ha di fronte a se una nebulosità indescrivibile, quasi impenetrabile, e un mondo che gli racconta di un contesto di continua, sistematica e triste precarietà professionale.


La differenza tra precarietà e flessibilità si gioca intorno alla qualità del lavoro intesa in senso ampio: qualificazione delle persone, delle organizzazioni, del sistema produttivo e delle politiche che lo devono sostenere. Oggi nel mondo dello sport, come nel resto del mondo dei servizi (non solo quelli alla persona), si gioca una partita importantissima per il futuro del paese, perché sono presenti maggiori possibilità di sviluppo e di occupazione. Non è facile affrontare questa sfida, non è certo una partita semplice, ma penso si possa vincerla purché ciascuno faccia la sua parte.


L’esperienza sportiva (in senso ampio come l'ho considerata fin dall'inizio) è in questo momento una vera risorsa educativa - non a caso penso sia stato scelto così  il titolo di questo incontro - proprio per quelle caratteristiche che la rendono esperienza interdisciplinare e intergenerazionale, per la capacità di stimolare processi di responsabilità, corresponsabilità e responsabilizzazione che, come dicevo, interrogano in primis le realtà associative sportive di ispirazione cristiana dalle quali, senza ulteriori ritardi, devono scaturire nuovi modelli educativi orientati al bene comune: della società e del mondo dello sport.


I modelli educativi possono essere individuali, comunitari e di categoria, ma devono costruirsi e testimoniarsi affinché sappiano interagire, fondersi e influire e sostenere processi istituzionali e politiche generali per dare risposte complessive e sempre nell'ottica del bene comune. Evitando derive o chiusure personalistiche, soggettive o settoriali, magari capaci di risolvere i problemi nell'immediato, ma senza valore di sistematicità, che andrebbero a consolidare, e non a superare, l'atteggiamento autoreferenziale. Noi, che siamo amici dello sport, delle attività motorie e dell'educazione fisica, sappiamo che in un campo di gara (ma anche nella vita), gli ostacoli vanno superati e non aggirati: pena la squalifica o il ritardo nel tempo finale.


Penso quindi che anche a riguardo le politiche del lavoro è arrivato il tempo di una seria e costruttiva riflessione, che possa o tenti di dare risposte complessive, complete, virtuose e durature. Per fare ciò è necessario riunire più soggetti che abbiano  alte competenze e la stessa predisposizione al confronto, con il proprio know-how, con le proprie professionalità e con le proprie conoscenze, pur sapendo che non si tratta di un percorso veloce, semplice o immediato. Risposte complessive e complete - tanto più per quanto riguarda le problematiche occupazionali e lavorative - non riusciremo mai a trovarle da soli. Senza dimenticare che la nostra sfida educativa (penso soprattutto a noi Associazioni di ispirazione cristiana) deve avere il coraggio di esercitarsi ad ampio raggio e, quindi, essere anche capace di svolgere una seria azione di legalità, per abbattere le residue sacche di lavoro nero o di evasione fiscale che non vedono di certo il mondo dello sport soggetto estraneo o avulso rispetto a questo problema. D'altronde mi è stato chiesto di parlare di risorse educative oltre che professionali, e questa la considero proprio una delle nostre prime responsabilità e una delle nostre prime missioni.

E ora rifletto partendo proprio dalle nostre potenzialità e peculiarità.


Così mi viene in mente che oggi si può già pensare all'accelerazione di alcuni processi, come quello di una maggiore qualificazione dei giovani orientati a fare impresa sociale. Dove per sociale non intendo solo no profit o legata ad aspetti sociali, ma capace di creare socialità intorno alle cose di cui ci si occupa: attivare forme di coinvolgimento volontario, famiglie, anziani, promuovere forme di autofinanziamento, attivare reti significative con le scuole, l'università, le istituzioni, i soggetti dello sport e le agenzie educative. Di conseguenza anche i piani di studio di Scienze Motorie potrebbero prevedere pacchetti legati al fare impresa e impresa sociale con significative esperienza di tirocinio all’interno delle associazioni sportive, da valorizzare, come ha anticipato Achini, attraverso l'assegnazione di crediti formativi. Esperienze preferibilmente accompagnate da una fase di orientamento per aiutare a capire in che modo si configura un’esperienza autonoma e chi, pur essendo un valido istruttore e allenatore, potrà trovare in questo ambito una professione stabile o solo una fonte sussidiaria di reddito.  


Una seconda proposta è rivolta in particolare al nostro mondo di Enti di Promozione Sportiva, a partire da quelli di ispirazione cristiana, affinché incidano profondamente su politiche che facciano selezione tra chi è capace di fare impresa sociale con serietà e chi no. Praticando e non soltanto dichiarando  trasparenza, gestione democratica  e il rispetto delle regole per una reale etica civile nel mondo dello sport. Così, probabilmente, riusciremo a definire alcuni preziosi, affidabili e  attendibili  spazi per figure che ambiscono a trovare nello sport una professione: o perché capaci di fare gli imprenditori di se stessi (magari collaborando insieme ad altri nella gestione) oppure perché effettivamente bravi e ricercati dal punto di vista tecnico. E se la serietà determinerà l'autorevolezza della proposta, non sarà poi così difficile individuare anche altri spazi per quelle figure che nello sport ricercano un reddito sussidiario o di ingresso o di uscita dal mondo del lavoro. Non sottovaluterei infatti che lo sport è uno degli ambiti più "accessibili", penso soprattutto per i giovani, e questa facilità di ingresso, con le dovute chiarezze, può essere di aiuto più di tanti ammortizzatori sociali. Come in quei casi (ma non solo) di anticipata uscita dal lavoro, mantenendo in attività persone e aiutandole anche nel sostenere un periodo di riqualificazione in altri ambiti.


Abbiamo senz'altro bisogno di cominciare a creare e offrire soluzioni praticabili e non solo prospettive. Soluzioni praticabili percepite come serie, stabili, solide e sostenibili.

Ecco perché la terza proposta chiama in campo le istituzioni, tra l'altro condividendo a pieno quanto detto da chi mi ha preceduto e, cioè, che dovremmo cercare di affiancare ad una politica (senz'altro necessaria e indispensabile) di tagli e contenimento, una politica d'investimento, per quanto assolutamente votata al controllo ed alla trasparenza. Ma politiche realmente orientate alla sussidiarietà, alla valorizzazione della qualità, alla razionalizzazione delle risorse, allo sviluppo di una cultura progettuale, in contrasto ad alcune abitudini di breve prospettiva (o peggio ancora clientelari) che danneggiano o penalizzano in termini decisivi anche il mercato del lavoro così come ho cercato di intenderlo.


Penso che anche questo ragionamento possa interessare molto da vicino proprio i laureandi e laureati in Scienze Motorie, per cui azzardo un'idea, una proposta. L'idea e la proposta della detassazione delle attività educative là dove l'attività degli enti collaterali sia vicina alla proposta scolastica. Cominciando a consentire l’uso dei locali scolastici con orari più ampi: nel pomeriggio, alla sera, il sabato. Una scelta che probabilmente risponderebbe anche a molte esigenze delle famiglie che, in questo modo, troverebbero "a portata di mano" attività prescolastiche o postscolastiche, magari rivolte non solo ai figli ma anche ai genitori. Ma non solo. L'utilizzo degli ambienti con ampliamento di orari e giorni risponderebbe al virtuoso criterio della valorizzazione degli ambienti pubblici con costi assai contenuti e favorirebbe quei percorsi di impresa sociale che in precedenza ho cercato di mettere a fuoco. Ma partendo dal presupposto ineludibile di un utilizzo calibrato alle esigenze reali, perché vorrei sapere chi, tra di noi, che dovesse gestire una palestra o impianto sportivo, lo terrebbe chiuso dalle 17.00 in poi, la sera dopo cena o il sabato ?

La rivalorizzazione degli spazi pubblici potrebbe quindi diventare rivalorizzazione dell'occupazione professionale.

E infine permettetemi un ultimo azzardo.


Nell'attuale Decreto Sviluppo è prevista la vendita del patrimonio immobiliare di stato e comuni. Molte di queste strutture saranno invendibili, ma non per la loro bassa qualità, ma perché oggi non c’è mercato.


Allora forse potrebbe venirci in aiuto l'opportunità, possibilmente abbinata a fondi di start up come attuato dal Ministro Barca per il Sud, di concessioni gratuite pluriennali per attività socioeducative, quindi anche per progetti di imprese sociali, magari giovanili, sportive ed educative. Progetti assolutamente controllati e verificabili.

Ora forse riesco a dare una delle possibili risposte al perché "non superiamo mai la linea di centrocampo".


L’ esempio dello sport può essere visto come un paradigma di un paese nel quale risorse e talenti non mancano, ma dove ognuno preferisce giocare la propria partita in difesa. Magari perché giocando in difesa si sente meno vulnerabile o semplicemente più sicuro, o forse perché avverte un (direi oggi anche giustificabile) senso di solitudine e di fragilità nel cercare di "mettersi in gioco" per superare la tattica difensiva.  Ma tutto ciò non fa che favorire o assecondare un circolo vizioso fatto di casi di politica clientelare, di dipendenza pubblica e di precarietà del lavoro. Mai come adesso è venuta l'ora di avere il coraggio di metterci in gioco per provare ad invertire la tendenza verso un circolo virtuoso, dove il mondo politico punti (e possa puntare) con chiarezza verso scelte di sussidiarietà, di merito e concorrenza leale, e dove il mondo dello sport investa sul proprio saper fare e saper essere, sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità della sua flessibilità. Una volontà di saper e voler giocare la propria partita che dovrebbe riguardare tutti coloro che inizialmente ho compreso nello straordinario mondo dello sport: nessuno escluso.


E infatti il vero significato dell'incontro odierno è dato proprio da quello che ciascuno di noi riuscirà a fare un minuto dopo che usciremo da questa sala. L'Usacli offre, veramente con convinzione e gioia, la propria disponibilità.


Lo so, la vita è sempre più complicata, ma anche molto più affascinante di quanto se ne possa scrivere o parlare.

 

 

Un grazie a tutti di cuore.

 

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