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Unione Sportiva Acli

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Home Angolo del Presidente Un saluto a GIOVANNI LIVRAGHI

Un saluto a GIOVANNI LIVRAGHI

 

Martedì scorso ero a Milano e incontravo un’associazione di ciclismo che voleva avvicinarsi all’Usacli e lo stesso giorno purtroppo mi hanno comunicato la morte di Giovanni (Luigi) Livraghi.

La notizia mi è piombata addosso rattristandomi per vari motivi, ma se così doveva essere, ho proprio preferito che avvenisse con questa straordinaria coincidenza. Perché Giovanni, oltre che ad essere stato un pioniere dell’intera storia dell’Usacli, è sempre stato una pietra miliare del nostro ciclismo! Di un ciclismo assolutamente estraneo da ogni deriva spettacolaristica o esageratamente competitiva, da ogni esasperazione del risultato e tanto più da ogni pratica illecita. Con lui e grazie a lui, i nostri ciclisti erano veri aclisti prima ancora di essere corridori e atleti. Con Giovanni il nostro ciclismo era cresciuto in qualità e in quantità: a Milano, poi a Lodi, Casalpusterlengo e in tutta Italia; con un radicamento che trasudava ovunque spirito di appartenenza e senso vissuto di identità. Perché lui stesso amava dire di essere prima di tutto un dirigente aclista, quindi un dirigente sportivo, poi un organizzatore e quando poteva un’atleta.

Se la sua malattia non l’avesse costretto ad un periodo di lunga sofferenza, martedì sarebbe stato senz’altro con me alla riunione milanese e, come sempre, mi avrebbe insegnato il valore e la forza di una presenza competente e convinta, sobria, riservata, rispettosa, mai banale o strumentale. Un insegnamento di cui, adesso, sento già la mancanza.

Ma Giovanni Livraghi per me non è mai stato solo questo.

Spesso quando ci si avvicina ad un’esperienza nuova (associativa o meno) si cercano quasi naturalmente riferimenti rassicuranti, o persone che questi riferimenti si pensa possano raffigurare più di altri.  Ecco, Giovanni per me è stato una di queste figure. E fortunatamente non lo è stato solo per me.

Quando a Ferrara, nell’ormai lontano congresso dell’86, ho iniziato il mio percorso nazionale, ero quel che si dice un imberbe e “sbarbatello” dirigente padovano che si affacciava, timoroso e inquieto, verso un nuovo orizzonte allora sicuramente sconosciuto. Con i miei difetti, con le mie preoccupazioni e con la mia inevitabile inesperienza. Giovanni era invece un dirigente già affermato a tutti i livelli ed un tecnico ed organizzatore più che collaudato. E nelle occasioni congressuali i dirigenti affermati o i tecnici di lungo corso, non sempre riescono o sono inclini ad avvicinare e a confrontarsi con i più giovani e i più inesperti.

Se c’è, invece, un formidabile e incancellabile ricordo di quelle giornate ferraresi è proprio quello dell’incontro con Giovanni: che volle conoscermi e volle informarsi sull’esperienza di sport e terza età che avevo avviato a Padova. E lo fece con la semplicità e la genuinità (che incredibile sensazione !) di chi voleva veramente ascoltare, di chi voleva veramente conoscere di chi voleva veramente imparare per poi cercare di veicolare il progetto. Senza nessuna concessione alla retorica, alla strumentalizzazione o alla superficialità. Senza quel muro, invisibile ma spesso invalicabile, che frequentemente viene eretto tra chi è più esperto e chi invece non lo è e che ti fa sembrare ancor più piccolo.
Da lui non ho mai sentito usare quelle frasi del tipo "da questo giovane io non mi faccio mettere i piedi in testa" o ancora "questo giovanotto appena arrivato pretende persino di insegnarmi qualcosa" o peggio "ma che potrà mai fare uno così inesperto".   Frasi che ahimè in questi anni ho sentito più di una volta. Frasi che mi hanno sempre fatto male anche quando non erano indirizzate a me ed anche quando potevano comprendere tracce di verità. Frasi che sempre nascondono, anzi, non nascondono affatto, un significato predominante ed un presupposto di distanza, piuttosto che una ricerca sostanziale di vicinanza.

Giovanni non sapeva erigere muri, ma voleva (e quando poteva lo faceva) lanciare ponti, soprattutto intergenerazionali. Non gli interessava lo scontro ma il confronto. Sapeva e voleva ricevere nella stessa misura in cui sapeva e voleva offrire, con uno spirito di gratuità che rendeva prezioso ogni suo gesto, ogni sua parola e tutto ciò che organizzava. Con questo spirito mi è sempre stato accanto, mi ha sempre accompagnato in tutta la mia esperienza. E non ricordo un solo appuntamento, una sola manifestazione, una sola riunione o un solo convegno (nazionali, regionali o provinciali che fossero) in cui lui non ci fosse ! E non ricordo una sola parola "fuori dalle righe", o un suo intervento privo di una proposta costruttiva o una sua posizione contaminata da giudizi preconcetti.

Ricordo piuttosto con quale pignoleria e con quale pazienza cercava di trovare la parola giusta per ciascuno di noi: rassicurante e rincuorante nelle delusioni, equilibrata e misurata nei successi. Attento poi, con la delicatezza che gli era propria, a farci individuare errori e proporci correttivi. Correttivi quasi sempre azzeccati.

Se sono riuscito a diventare presidente nazionale, se la mia esperienza nell'Usacli è progredita, penso di doverlo soprattutto alle persone che come Giovanni non si sono mai stancate di correggermi !

E potete stare certi che non sempre la pensavamo allo stesso modo, ma il rispetto convinto ed  educato delle posizioni altrui, fu proprio il primo caloroso vincolo che ci legò.

Solo la sofferenza e l'invalidità della malattia degli ultimissimi anni e mesi non ci permise una frequentazione sistematica, ma la premurosa assistenza della sua Isabelle e l’irriducibile presenza al suo fianco del cognato, mi hanno offerto la fortuna di incontralo negli incontri interregionali e in qualche appuntamento nazionale. Con la sua sedia a rotelle e incredibilmente capace di saper ironizzare sul destino che lo accumunava alle 2 ruote: sulla sella prima ed ora sulla sedia.

Chi ha la mia età, o qualche anno in più, non può non ricordare i portaceneri che ci regalava ogni anno in ricordo di quella meravigliosa attività - “Tutti in bici” - che aveva messo in piedi con le scuole di Casalpusterlengo. Semplici gadget impreziositi dai disegni degli alunni; ogni anno diversi e sempre con soggetti differenti. Li ho raccolti tutti in una pila che conservo nell’armadio dell’ufficio di Roma e sono tanti, tantissimi. A riprova della sua infaticabile volontà nel credere con ostinazione in ciò che faceva e della sua convinzione – che ha trasmesso a me e a molti – di come lo sport sia prima di tutto educazione e formazione.

Era ed è il suo modo di essere, il suo modo di intendere lo sport e il ciclismo, e che testimoniava con uno stile che ha fatto solo il bene all’USAcli.

Carissimo Giovanni (o carissimo Luigi come ti chiamavano i più), appena rientro in sede nazionale andrò a prendere uno di quei gadget (che non ho mai usato per paura di sporcarli e rovinarli) e davvero mi godrò una sigaretta in santa pace, da solo, pensando alle occasioni più belle che siamo riusciti a condividere. E pazienza (e perdonami) se rovinerò o sporcherò il tuo portacenere: ma questa volta ci vuole proprio !

 

Grazie Giovanni, e ti prego, stammi ancora vicino !

 

Marco

 

 

Marco Galdiolo

Presidente Nazionale USACLI

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