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Home Angolo del Presidente Convegno "la violenza nello sport"

Convegno "la violenza nello sport"

PER FAVORE: CHE NON SI PARLI SOLO DI "TESSERA SI'  e TESSERA NO" !

A pensarci bene l’idea di aver inserito nella nostra Assemblea un convegno e un’iniziativa sportiva sul tema della Violenza nello sport mi preoccupa e non poco. Mi preoccupa perché significa che abbiamo sentito, ancora una volta, l’esigenza di parlarne. Il che significa che gli episodi violenti (e illegali), nello sport, sono tutt’ora, ahimè, di piena attualità !

Ma invece il vero pericolo sarebbe non parlarne, sarebbe non avere voglia di confrontarsi in termini costruttivi con i vertici dello sport in generale e quelli del calcio (non l’unico sport che li subisce, ma quello dove tutti gli episodi acquistano un’amplificazione enorme), mettendo la testa sotto un protettivo quanto tutelante strato di sabbia. E penso che, oltretutto, il rischio ancora più preoccupante, sarebbe quello di confinare il problema allo sport di vertice o agli attori protagonisti dei gesti sportivi o allo spazio limitato dalle recinzioni o dalle gradinate degli impianti sportivi (siano essi stadi o spelacchiati campetti di periferia).

No, penso piuttosto che sia opportuno dirsi con franchezza che la violenza nello sport riguarda tutti noi. Riguarda lo sport di vertice come quello dilettantistico e, perché nasconderlo, riguarda anche lo sport che sosteniamo come Associazioni di Promozione Sportiva. Perché, a nostro avviso, è un fenomeno che nello sport trova la propria espressione finale, probabilmente la più visibile mediaticamente o quella più chiacchierata, ma che resta un punto di arrivo, o una tappa, e non un punto di partenza.

È un fenomeno che non può astrarsi da uno sguardo a tutto tondo sull’educazione, sulla formazione, sulla cultura e sugli stili di vita. Ed è altrettanto vero che la realizzazione completa della persona passa attraverso tutti i mondi e tutti i luoghi che la persona vive, frequenta e abita.

Ragionare sulla violenza nello sport, quindi, significa ragionare dapprima sui modelli fuorvianti che la società odierna quotidianamente ci propina. Vuol dire riflettere con serietà sui valori in cui crediamo di correttezza, onestà, sincerità, scrupolosità, discrezione, semplicità, legalità, essenzialità, sobrietà, civiltà e lealtà e che spesso oggigiorno, in una prospettiva di realizzazione personale, vengono considerati penalizzanti e non premianti.

Certo, sono ambiti sui quali lo sport può e deve dire, dare e fare molto, ma sarebbe miope pensare che possa affrontarli e risolverli da solo. Ecco perché credo che solo un intervento integrato di più soggetti sociali, politici, istituzionali e civili possa trovare la strada per affrontare questa sfida educativa globale in termini più efficaci e adeguati. Un percorso che, tra l’altro, ci interroga e responsabilizza sotto le molteplici vesti che indossiamo e dei ruoli che assumiamo ogni giorno: di dirigenti, di genitori o figli, di lavoratori, di operatori sportivi, di volontari, di atleti o istruttori, di politici, di religiosi o laici, di superiori o subalterni, di insegnanti o alunni, di professionisti, di fini conoscitori o di inesperti, di giovani, di adulti, di anziani, di semplici uomini o donne che vivono quotidianamente la fatica del vivere.

Ma sento che mi sto inoltrando in un ragionamento oggettivamente più grande di me e che meriterebbe ben altri e più competenti analisti. Però è quanto di meglio potessi offrirmi per riagganciare i confini che mi appartengono e ritornare ai motivi ispiratori di questi appuntamenti.

Con il convegno ci siamo ripromessi di affrontare, in termini costruttivi, propositivi e dialettici, anche una prima valutazione sulla tutela assicurata dall’introduzione della “tessera del tifoso”. Una discussione che a mio avviso sarà tanto più incisiva, paradossalmente, quanto più non si limiterà a parlare solo della tessera del tifoso dimenticando, come ho detto prima, tutto ciò che “si muove attorno” ad essa. Ricordando che il tema della sicurezza – così è come lo vediamo noi dell’USACLI – è sì decisivo e importante (assolutamente decisivo e importante !), ma deve sempre e comunque muoversi di pari passo alla prevenzione ed alla volontà di farsi credibili testimoni di buone pratiche e corretti stili di vita. Separare sicurezza e prevenzione, o preferirne una a danno dell’altra, significa, azzardando qualche esempio, procedere zoppi, fin dalla partenza, in una gara di maratona. Significa, in piena epidemia, individuare palliativi e non terapie risolutrici.

 Eppure mi piacerebbe, un giorno, far rivivere a mio figlio la stessa sensazione di festa e spensieratezza che vivevo quando mio padre mi portava allo stadio e, contemporaneamente, mi piacerebbe evitare di impiegare una settimana per riuscire a trovargli un biglietto a lui che è minorenne.
E sono pressoché convinto che quel giorno arriverà se sicurezza, prevenzione e corretti stili di vita verranno considerati a pieno titolo con la stessa rilevanza.

Lo stesso triangolare “Against violence” mette in campo proprio i soggetti che apertamente vengono interessati dal fenomeno della violenza nello sport: i parlamentari deputati alle scelte politiche e istituzionali; la rappresentativa della Questura a cui è delegata direttamente la questione della sicurezza e il coordinamento dei clubs del Bologna calcio che avranno la possibilità di una testimonianza diretta di un diverso e proficuo modo di intendere lo sport, rispetto alle frange dei sostenitori più scalmanati. Questa esibizione è anche il nostro modo di esprimere il convincimento che edificare ”ponti” di dialogo ed esperienze di inclusione, sia più appropriato dell’erigere muri di netta separazione, del determinare chiusure o del provocare incomunicabilità. Ed è ancor più significativo farlo proprio lì, sul campo di gioco, dove spesso gli stessi soggetti si guardano non del tutto amichevolmente.

In un quadro come quello attuale, è mio parere che l’USACLI, l’associazionismo di promozione sportiva – a partire dalle associazioni di ispirazione cristiana -  non possano sottrarsi a quella responsabilità educativa e formativa che mai, come oggi, deve apparire in tutta la sua evidenza, limpidezza e credibilità. Magari riscoprendo fino in fondo la nostra vocazione educativa di frontiera anche con ultras e nei settori più rischiosi di stadi, campi e palazzetti. Magari sostenendo, sollecitando, incalzando e caldeggiando una serie e una quantità di investimenti in direzione della prevenzione, per lo meno pari a quelli già attuati (e sono molti) sul versante della sicurezza.

Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma, incontrandomi in uno degli ultimi appuntamenti associativi, ha avuto modo di dirci che “…in fase di verifica dobbiamo essere onesti con noi stessi: se non riusciamo ad esprimere i valori veri della nostra ispirazione cristiana e se non riusciamo ad educare e formare educatori, allora sarebbe meglio smettere perché anche lo sport potrebbe diventare fenomeno degenerativo”. Molto di ciò che ho tentato di dire si riassume efficacemente nelle parole di Monsignor Solmi.

E persino tutto ciò che, in questi giorni, sta sconvolgendo il mondo del calcio con lo scandalo scommesse (è violenza pure questa ?!?), continuo a non vederlo così distante da quanto ho appena affermato e scritto. E che quindi non ripeto.

Ecco perché vorremmo capire come potremmo renderci “strumento utile” nell’orientamento e nella realizzazione di future strategie istituzionali e nel dibattito del mondo sportivo generale su questi temi che riguardano così da vicino tutti noi.

Questo convegno e l’intera nostra Assemblea Nazionale serviranno nell’aiutarci a trovare le risposte che cerchiamo.

 

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