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2010

Unione Sportiva Acli

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Home Angolo del Presidente L’US Acli nel solco storico del movimento

L’US Acli nel solco storico del movimento

Intervento al corso formativo (prima sessione) per nuovi dirigenti ACLI.


Ho il piacere di socializzarvi l'estratto dell'intervento che mi hanno richiesto ad un incontro formativo per nuovi quadri dirigenti delle Acli.

Grazie a tutti voi anche per avermi dato la possibilità di essere tra di voi oggi. Ma grazie soprattutto perché mi avete in qualche modo aiutato ad uscire un po’ “dalle peste”. Penso infatti che quando si parla di storia bisognerebbe chiamare il primo, non l’ultimo Presidente nazionale, e sinceramente  quanto Rocco e Paola hanno detto mi è servito molto e quindi mi ci “aggrapperò” in tutto il mio intervento.

Seconda cosa, Paola mi ha messo un po’ in difficoltà parlando di dirigenti che debbono essere prima di tutto eticamente credibili e competenti. Io spero di essere eticamente credibile ma sul competente (ahimè!) ho molti dubbi. Pensate un po’ a chi è stata affidata l’Unione Sportiva ACLI. Comunque provo a dire anch’io qualcosa.

Penso che la storia la facciano le persone e cerco di spiegare questa affermazione partendo, non tanto dalla storia della US ACLI (poi ci entrerò in maniera molto sintetica), bensì considerando che dentro un’associazione o un suo pezzo, anche se grande come può essere l’US ACLI, vi è un’identità definita da uno statuto e messa a fuoco dalle linee politiche che vengono poi condivise nelle fasi congressuali o in altri momenti istituzionali. Ma pur essendoci questi grandi ambiti identitari di riferimento, poi le persone interpretano tutto questo a loro modo e non è detto, anche se ci riferisce a regole precise, che tutti li interpretino allo stesso modo.

La difficoltà forse sta paradossalmente proprio nella ricchezza più grande che abbiamo: il pluralismo. Dietro al pluralismo e a ciò che significa, spesso ci si nasconde in certi momenti di difficoltà: in momenti particolarmente conflittuali interni o esterni si rischia di creare questa parola come scudo. Se il pluralismo viene inteso come risorsa e ricchezza dei diversi modi di intendere, e se c’è una dirigenza nazionale, regionale, provinciale capace di fare sintesi (“governance”) di queste diversità, allora diventa contemporaneamente “valore aggiunto” di tutta la nostra esperienza. Ma se invece diventa un “brodo primordiale” di interpretazioni variegate e diversificate, che sgomitano per emergere al di là o, peggio, al di fuori di un quadro generale,  non solo il pluralismo (che però in questo caso non è più pluralismo) acuisce le distanze, ma determina che un’associazione non sia più un’organizzazione capace di esprimere ideali incisivi e azioni coerenti.

Dico questo, proprio riferendomi alla storia dell’US ACLI, perché quando un’associazione specifica grande come la nostra (che ha oltre quattromila società tesserate e circa quattrocentomila tesserati), ha qualche diversità di veduta rispetto alle ACLI, se non c’è capacità di sintesi e di governo, questa diversità può rappresentare enormi difficoltà.

Dopo questa premessa inizio dicendo che l’US ACLI, nasce quasi naturalmente all’interno dei circoli ACLI, dove, accanto all’individuazione di servizi e aiuti, e al di là  del dibattito culturale e politico sui temi forti del sociale, si è andato sviluppando l’esigenza di pensare a come “passare” il tempo libero in modo costruttivo e attivo. Un tempo libero che nasce come esigenza forte e importante. Nasce quindi anche l’esigenza di un’attività fisica, motoria e sportiva. Non tanto quindi, passatemi il gioco di parola, come “passatempo” ma come utilizzo razionale del tempo, come riconquista di qualità di vita e di ben-essere anche fisico. Permettetemi qua un altro inciso: prima ho detto che bisognerebbe aver chiamato il primo Presidente nazionale perchè i padri fondatori delle ACLI e i primi dirigenti delle Acli hanno lavorato e vissuto letteralmente “nel fango” e in momenti storici che oggi ricordiamo con entusiasmo ma che erano momenti difficili. Io, invece, sono nato nella bambagia. Io sono il presidente dell’USACLI della bambagia: un ulteriore punto a mio svantaggio. Dico questo perché quando si parla di storia è bene contestualizzare i momenti.  Così, come per me tante cose adesso sono naturali, ovvie, automatiche, a quel tempo non lo erano affatto. Allora dedicare del tempo allo sport significava spesso sottrarlo a vitali esigenze familiari e comunitarie; allora comprare un paio di scarpe da ginnastica o attrezzatura sportiva non era assolutamente considerata una priorità (e forse era meglio così). In quella fase storica andare a fare una corsa in bici o a piedi, giocare a bocce, peggio ancora, costituire una Società Sportiva, significava fare enormi sacrifici.

 

Nasce l’US ACLI, dicevamo ( e mai citazione biblica è stata più azzeccata), proprio come costola delle ACLI. Ci sono anche degli esempi autorevoli e curiosi: ad esempio Alberto Sordi, in uno dei suoi film, appare in una corsa podistica con una splendida maglietta di ACLI ATAC. E proprio l’altro giorno lo stesso Giancarlo Abete (Presidente Nazionale FIGC) mi raccontavo che aveva mosso i primi passi da atleta sempre nell’Acli Atac. 

 

Poi negli anni a seguire si sviluppa velocemente. Inizia una storia che è talmente bella, talmente libera da condizionamenti, una nascita popolare, tra la gente per la gente e alla gente trasmette la voglia di stare insieme, in maniera quasi naturale perché è una risposta delle persone di buon senso a quella fase storica difficilissima.

Nel ’63, le ACLI  decidono di fare un grande dipartimento che si chiamava ENARS ACLI che raccoglieva in sé tutta una serie di altri comparti: quello sportivo, quello turistico, quello ricreativo, quello ambientale. Non era quindi un caso che chi diventava presidente dell’ENARS, a qualsiasi livello, automaticamente diventava presidente anche dell’US ACLI.

Poi però è subentrato il problema del riconoscimento formale degli enti di promozione sportiva al CONI. L’USACLI, come tutti gli Enti di Promozione Sportiva, doveva quindi diventare una struttura giuridicamente autonoma con organi democraticamente eletti. Questo vuol dire, in poche parole, che da quel momento in poi l’US ACLI aveva il suo tesseramento, come lo ha adesso; ha i suoi organi e le sue cariche, come li ha adesso e li elegge attraverso la rappresentanza dei propri tesserati (presidente compreso). Con una struttura a qualsiasi livello praticamente speculare a quella delle ACLI ma, appunto, giuridicamente autonoma . Se è vero che questo passaggio aiutava a dare un’identità e una dignità formale alla promozione sportiva così come l’intendiamo oggi, è altrettanto vero che contemporaneamente, al nostro interno, sono sorti alcuni problemi. Penso che ciò sia nato per un semplice motivo: l’autonomia giuridica è stata a volte confusa con l’autonomia associativa e questo non sempre ha corso di pari passo con quella capacità di sintesi politica che fa esaltare il pluralismo di cui si parlava prima.

Questa autonomia nel corso degli anni qualche volta è diventata risorsa veramente importante per il movimento, qualche volta, perché non dirlo, è diventato un grosso problema. E, ricollegandomi alla premessa, ciò è avvenuto, a mio modo di vedere, proprio perché la storia la fanno più le persone che gli adempimenti formali (seppur indispensabili).

Dentro l’US ACLI strada facendo si sono sviluppate due anime, una che io amo chiamare “associativa”  (della quale faccio parte e vi assicuro con convinzione ed orgoglio)  che ha sempre, solo ed esclusivamente pensato che l’US ACLI avesse senso se ben “incastonata” dentro l’esperienza aclista. Un’anima che riconosceva nell’USACLI una risorsa delle ACLI nella misura in cui voleva esserne parte viva, integrante e complementare. D’altro canto, si è venuta a sviluppando dentro l’US ACLI  un’anima che possiamo chiamare più “autonomista”. C’era quindi chi diceva: “noi abbiamo la nostra bella autonomia, ci facciamo le nostre belle politiche, sin dove riusciamo seguiamo la direzione aclista nelle linee generali, ma laddove non ci riusciamo o non lo vogliamo, non lo facciamo”.

Avete capito a quale delle due anime appartengo io, che è poi la stessa a cui appartiene la stragrande maggioranza dell’attuale US ACLI.

Io penso che anche attraverso lo sport, lo sport e l’attività motoria così come la pensiamo noi, si possa contribuire a dar senso e forma ad una cultura sociale, imprenditiva e cristiana.

Paola accennava alla formazione umana e cristiana dei lavoratori e bisogna pur capire cosa “ci quaglia” l’US ACLI  con queste cose. Io oggi amo parlare di formazione umana e cristiana delle persone più che dei lavoratori perché, mai come ora, a noi ormai si avvicina anche chi il lavoro non ce l’ha, chi l’ha perso: tantissima gente, tantissimi cittadini. Anche attraverso il nostro fare sport possiamo essere testimoni di una cultura, di una formazione e di una sfida educativa più che mai ancorata ai nostri valori ed alle nostre fedeltà. Soprattutto se poi guardiamo  all’attuale cultura dominante e dilagante dello sport di vertice: fortemente ancorata solo ed esclusivamente alla performance agonistica, al risultato ad ogni costo: con mezzi leciti e con mezzi meno leciti. Si sta cioè accrescendo una cultura talmente devastante (per le persone, per i cittadini: per il corpo e per la mente) che solo l’essere testimone di un modo diverso di fare sport (ma anche di guardarlo), uno sport che sa mettere al centro la persona, le sue esigenze e i suoi diritti, diventa ormai fondamentale: la prima sfida e il primo impegno ! Anche se poi non si appare nelle prime pagine dei giornali, ma si rischia invece di rimanere quasi nascosti nell’anonimato o dietro le quinte della spettacolarizzazione mediatica.

Quanto questo nostro intervento diventa sostanziale e diventa azione veramente incisiva ed efficace, lo stabilisce la capacità di condividere questa nostra progettualità con la progettualità delle ACLI. Una condivisione nel senso che ho detto prima, nel senso del pluralismo che ha indicato Paola, che non vuol dire confondersi, ma cercare di giocarsi ciascuno il proprio talento, il proprio valore, la propria vocazione, la propria missione con uno stile di apertura, non di chiusura.

Ma come si fa a distinguere il nostro intendere “fare, praticare, guardare lo sport” in senso aclista ? Come si riesce, ad esempio, a testimoniare i valori cristiani durante una partita di calcio. Di sicuro è più facile capirlo se faccio attività con diversamente abili o con anziani, o con bambini della scuola materna. Diventa invece molto più difficile farlo nei contesti più tradizionali delle discipline sportive. Diventa difficile ma non impossibile.

Azzardo un’ipotesi e una possibilità. Dobbiamo probabilmente  sconfiggere la forte tendenza all’autoreferenzialità e capire che ormai da soli, se mai ce la facessimo, otterremo molto poco. Ma noi, fortunatamente, il primo riferimento ce l’abbiamo proprio di fronte, anzi, ci siamo dentro: il nostro primo riferimento sono le ACLI e il poter operare insieme. Allora sì che riusciremmo a far vivere l’atmosfera aclista anche in partite di calcio. E non solo ai giocatori, ma anche al pubblico. Allora sì che saremmo in grado di far “respirare” quello spirito di appartenenza e di identità che ti rende orgoglioso di appartenere alla nostra associazione e di volerne trasmettere i valori: anche appunto in una partita di calcio. Penso al solo rispetto delle regole: un rispetto che è prima di tutto rispetto degli altri e di sé. Già nei regolamenti di un campionato, di una manifestazione o di un torneo si deve capire che siamo ACLI. Nei nostri regolamenti, ad esempio, nel caso di accertamento di utilizzo di sostanze dopanti (che ahimè c’è anche nel nostro mondo), vi è l’immediata radiazione: stop. Ma accanto a questo proponiamo progetti di formazione e informazione su stili di vita appropriati perché ad un adempimento punitivo si privilegi una prevenzione sociale e personale.

Penso sia inutile fare altri esempi, penso sia invece più opportuno dirvi che le alleanze in tal senso rappresentano una linfa vitale necessaria: con gli Enti di Promozione Sportiva di ispirazione cristiana; con la CEI; con lo stesso CONI e con tutte quel mondo associativo che pur non avendo lo sport come missione primaria, comunque intervengono nell’ambito del tempo libero.

Ma adesso ritorniamo alla nostra storia.

In alcune fasi storiche (alcune di queste molto recenti) abbiamo affrontato situazioni importanti che a volte ci hanno obbligato a scelte sofferte, complicate e difficili. Tra tutte ricordo, ad esempio, quando ad un certo punto il CONI nazionale, nel rispetto dell’ultima riforma dello sport (la cui iniziale elaborazione ed approvazione avvenne sotto il primo governo Prodi) stabilì che una compagine degli Enti di Promozione Sportiva potesse essere eletta nel Consiglio Nazionale del Coni e che, conseguentemente, lo statuto di riferimento degli stessi Enti dovesse sostanzialmente essere il più possibile affine a quello del CONI. Ora magari, così apparentemente può sembrare una banalità. Ma invece, provate a pensare come potevo andare io dal Presidente Nazionale delle Acli e dirgli: “guarda che da oggi per l’USACLI lo statuto delle Acli diventa marginale e secondario rispetto a quello del Coni”. E guardate che lo statuto, come dicevo all’inizio, non è (per i dirigenti di buon senso) un catalogo di buone maniere. E’ invece la nostra Costituzione, la nostra anima, la nostra stella polare e la nostra spina dorsale.

A questo punto (come poi di fatto è successo) se riesco a pormi in atteggiamento di dialogo (perché ci credo e lo reputo indispensabile) allora mi impegno e seppur con tutta la fatica necessaria riesco a trovare le giuste intersezioni con lo statuto delle ACLI. In caso contrario no, sarebbe un ulteriore passo verso l’autonomia totale il che ci porterebbe a fare sport come lo farebbe chiunque altro e io e noi non vogliamo farlo così.

A dir la verità questa riforma dello sport la dice molto lunga anche sull’esigenza di una nuova Legge Quadro sullo Sport e di quanto un’azione congiunta Acli/Usacli sarebbe assolutamente più incisiva di quella che riusciremmo a mettere in campo da soli. Ma questa è un’altra storia..ed è bene che ritorni sulla storia per la quale mi hanno chiamato ad essere qui con voi oggi.

Potrei ancora aggiungere che oggi, più che in passato, chi si tessera e viene da noi, a volte cerca una sorta di tesseramento di convenienza, dando a questo termine non l’accezione clientelare tradizionale, ma un’interpretazione più benevola: mi tessero per fare qualcosa di sportivo, quindi vengo perché mi serve una scuola di calcio, un’assicurazione, un allenatore, una palestra, ecc. Per tanto se non siamo capaci o non riusciamo trasmettere ovunque i valori storici di questa associazione, allora questo resta un tesseramento di semplice convenienza che alla lunga rischia di farci confondere tra le mille (edificanti o meno) esperienze sportive presenti in Italia. Senza nulla di nuovo.

Quando ci fu la deplorazione papale che menzionavano prima Paola e Rocco spesso si pensa che l’USAcli non ne possa aver ricevuto danno. Non è vero, lo ha pagato in maniera decisiva. Perché da quel giorno in poi, in tutte le diocesi e in tutte le parrocchie d’Italia, è arrivato chiaro e netto il messaggio che lo sport di promozione sociale negli oratori doveva restare appannaggio esclusivo del CSI (Centro Sportivo Italiano): Ente di Promozione Sportiva emanazione della CEI. Ecco perché noi da allora non abbiamo più potuto competere “alla pari” col CSI. E posso dirlo oggi proprio perché, mai come adesso, c’è un rapporto di strettissima amicizia, stima e collaborazione con lo stesso CSI e con gli uffici di nostro riferimento della CEI.

E ancora ci trasciniamo dietro qualche difficoltà, perché in quasi tutte le diocesi, ancor ’oggi, il responsabile alla pastorale dello sport è contemporaneamente l’assistente del CSI.

Ma adesso basta e vado verso le conclusioni.

Se vogliamo che la quarta fedeltà che ha assegnato Giovanni Paolo II alle Acli, quella al futuro, non sia costruita sulla sabbia, dobbiamo fare veramente in modo di non buttare via quello che è stato detto oggi, magari non tanto da me, ma da chi mi ha preceduto. Se vogliamo costruire il nostro futuro sulla roccia dobbiamo ancorarlo alla storia, alla memoria. Se non sappiamo da dove veniamo non sappiamo nemmeno dove andare. Se non ci riusciamo, il nostro futuro (e, ahimè, il futuro dei nostri giovani se c’è non è poi così chiaro), rischia di trasformarsi in qualcosa di virtuale, una second life di cui un’associazione, ma penso nessuno, non sa assolutamente che farsene.

Termino ringraziandovi ancora. Probabilmente quello che mi porto nel cuore oggi è che vi ho visti attenti dal primo all’ultimo minuto. Mi è piaciuto tantissimo sentir parlare di cura delle persone che per me vive e germoglia coltivando lo spirito di relazione, dello stare vicino, di crescere insieme, di condividere nelle e le diversità che quindi diventano e sono ricchezza inestimabile.

 

Questi  corsi  di formazione ho quindi la vaga sensazione che formino più me che voi.



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